domenica 22 gennaio 2017

八卦棍 Bagua Gun, il bastone del Baguazhang










Il Bagua Gun 八卦棍 è una delle armi più antiche che l'uomo conosca, e anche una delle più interessanti. Mezzo di difesa e di sostegno nei lunghi viaggi dei monaci, aiuto per camminare quando le gambe sono stanche, utile in montagna per salire le strade e per controllare le discese, buono per verificare che sul terreno non ci siano animali pericolosi, usato per costruire un riparo sotto la pioggia o per la notte: il bastone è un fido amico dell'uomo da sempre. Credo che sia dentro il nostro DNA cercare un bastone quando siamo nei boschi. Nonostante il detto che "il bastone è di Shaolin" (la sciabole del Bagua, la spada del Taiji e la lancia dello Xingyi), il maneggio del bastone viene spesso messo in relazione agli Otto Trigrammi anche negli altri sistemi  del Gongfu cinese, as esempio nell'Hung Gar e negli stili del Sud, per indicare la grande mobilità dei passi nel maneggio del bastone.

Infatti il bastone è uno strumento che richiede molta dinamicità per essere efficace ed utile, permettendo ai due contendenti di portare a casa la pelle senza farsi troppo male. Il bastone è fortemente imparentato con la lancia, altra arma tipica degli eserciti (la falange greca ad esempio) che del bastone usa molte tecniche, accanto all'enfasi sull'uso della punta. Il bastone, come la lancia, richiede anche una grande lavoro di gambe per scendere e salire di continuo, per attaccare parti basse e alte in sequenza fulminea, per deviare di pochi centimetri un attacco e rispondere con la massima potenza sulle mani, sui polsi e sul viso del nemico.

Musashi ha spesso usato bastoni al posto della katana per uccidere i suoi avversari. Il bastone contiene potenzialità che abbiamo dimenticato, come l'uso del bastone nelle mani del buon frate Tac di Robin Hood. Bastoni del viandante, bastone come strumento di viaggio, il bastone è uno strumento vivo, non di metallo (di solito) ma di legno, e quindi vive e respira con noi. Fin da piccolo ho avuto una simpatia per questo compagno di strada. Nelle forme che studiai quasi quarant'anni fa, il bastone era bello ma molto formale, le posture studiate per essere sceniche, e l'uso finiva per essere abbastanza limitato. Se c'è una cosa che il bastone non conosce nella pratica è il limite. Come nel Rushou, c'è sempre una soluzione ad ogni attacco, basta imparare a vedere e scorrere con l'avversario.

Se si è appreso bene il senso del camminare in cerchio, se gli otto palmi hanno scavato dentro il corpo con il Chan Si Gong e lo hanno educato, e se c'è una minima curiosità, il bastone diventa un bellissimo strumento immediato di lavoro che potenzia le spalle e il tronco, che obbliga le gambe a rinforzare i loro muscoli, e diventa una danza ininterrotta che accompagna la pratica e il lavoro a due. Non occorrono forme, basta usare il bastone a due in coppia con un buon partner per scoprire che ci sono otto angoli in ognuna delle tre dimensioni, più la quarta del tempo, e che lo scorrere del bastone è lo scorrere della nostra intenzione, in cima alla punta del bastone, o tra le mani dell'impugnatura centrale.

Prendete un bastone e cominciate a domandarvi come mai funzionerà il bastone. Fatelo girare e usate gli otto palmi come riferimento. Le sorprese non finiscono mai.

mercoledì 18 gennaio 2017

2017 - Youshenzhang



Vorrei iniziare questo nuovo anno con una citazione importante per gli istruttori di Baguazhang del terzo anno.

Scrive Cheng Tinghua (nelle memorie di Sun Lutang) sull'uso del Bagua Youshen: 

A volte si è a contatto, 
a volte ci si respinge, 
a volte ci si espande, 
a volte ci si contrae, 
a volte ci si separa,
a volte ci si avvicina,
a volte ci si scontra, 
a volte si va via.

Improvvisamente si scompare, 
improvvisamente si riappare,
a volte ci si separa improvvisamente, 
in modo da essere separati da più di tre metri, 
poi improvvisamente si ritorna in contatto,
finendo dritto davanti ai suoi occhi.

A volte usi le forza di tutto il corpo, 
a volte un solo dito, 
a volte solo una falange del dito.

Sii improvvisamente vuoto, 
improvvisamente pieno, 
improvvisamente duro,
improvvisamente morbido, 
senza una forma definita, 
cambiando imprevedibilmente.

Spero davvero che questo faccia cliccare qualcosa dentro la testolina di chi pratica un'arte marziale, e specie quelli che praticano Neijia con me. Rushou, Tuishou, Dashou, sono solo nomi di una unica realtà che cerchiamo di vedere. Non attacchiamoci ai nomi, ma alle cose importanti. Il Dao è Caos. Taiji è Caos. Bagua è Caos, DNA è Caos. Organizzare il Caos è il lavoro più interessante del mondo.

sabato 10 dicembre 2016

Volersi bene



Ascoltare

Prendiamoci il tempo di ascoltarci dentro e di volerci bene. Altrimenti tutto quello facciamo nel resto del tempo, arti marziali comprese, non hanno molto senso. Ascoltare, non giudicare, respirare. E' una forma di meditazione già questa da sola. Buone Feste.

venerdì 9 dicembre 2016

Basics


Ci sono alcune regole auree dalle quali non si scappa, perchè sono quelle di cui è costituito l'universo. Parli di permacultura, di volo ad ala, di correnti dei venti e di nuvole, di tempo e spazio e design, e scopri che davvero tutto è uno. Ci pensavo mentre riecheggiavano nella mia mente le parole di un mio insegnante. La cosa più difficile non è ascoltare e credere al proprio insegnante, è sapere in buona coscienza quando è il momento di non credergli, senza mancare di rispetto. Poi vorresti fargli gli auguri di Natale ma sai che non capirebbe, quindi resti zitto.
La vita è sofferenza, ha ragione il Budda.

Questi sono i miei 5 cents di comprensione di oggi, ad ognuno il suo.

- I basics si chiamano così perchè sono le basi, i fondamenti, quindi sono fondamentali

- Lo sviluppo non è verso fuori, ma verso dentro, per cui ciò che appare bello non è vero

- Ad un certo punto della crescita c'è un bivio, e noi sappiamo dov'è la verità, però sceglierla costa

- Meno ma meglio, poco ma buono, lento ma costante, come la Natura

- Non c'è spazio per l'arroganza, ma solo per la comprensione/compassione

- Restiamo sempre principianti in ogni cosa, è il segreto della felicità

- Siamo tutti uguali davanti al combattimento, poco importa la strada fatta

- Anche un cane, se messo in mezzo ai lupi, riprenderà il suo istinto

- Più siamo vicini al combattimento, più siamo tutti uguali - più lontani, più siamo diversi

- Ci sono cose di cui si può parlare fino alla nausea e senza scopo, quindi meglio tacere

- Le cose vere sono quelle che abbiamo sperimentato, e sono diventate il nostro modo d'essere

- Sii sempre pronto a lasciare andare tutto, ma proprio tutto: morire prima insegna a vivere dopo

- "Là fuori" la nostra resa sarà sempre pari al livello della nostra parte più debole

Conclusione: meno problemi e più semplicità. Lasciare andare è estremamente arricchente. Capire dove vogliamo davvero andare, quello è il punto cruciale. E anche là, lasciamo andare, apriamo le mani. Meno ho da perdere, più mi diverto.

(Un grazie al mio sparring partner, il maestro Yuri Debbi, che si è generosamente prestato per queste e molte altre pose)

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mercoledì 30 novembre 2016

Da cuore a cuore















以心伝心

Sabato scorso abbiamo vissuto una giornata davvero speciale. 

Prima di tutto è stata una giornata interamente dedicata al Baguazhang, otto ore in due tranches di quattro, la mattina dedicata ai ragazzi del primo anno e il pomeriggio per i veterani del terzo. A pranzo abbiamo avuto una pausa breve, un'oretta in cucina da me, caratterizzata da sonore risate, scambi di battute e nuove conoscenze. Infine, il pomeriggio è stato uno scambio di energie ancora più interessante e profondo: in una sala Baguazhang e lavoro sui Nove Palazzi, in un'altra sala Taijiquan nei principi e nella sua essenza.

Eravamo tutti insegnanti, e la cosa inusuale - quindi straordinaria - è stata la semplicità, la qualità, la disponibilità che si sono sviluppate naturalmente e che hanno coinvolto tutte le persone presenti. Chi doveva andare via subito, invece alla fine si è allenato per altre tre ore, e con soddisfazione. Cosa è rimasto della giornata? Personalmente una sensazione bellissima di collaborazione, cooperazione, apertura, scambio di conoscenza, piacere di lavorare. Mi porto dietro ancora questa sensazione fresca, che mi aiuta quando le cose si fanno un po' meno piacevoli.

La comunicazione, questa sconosciuta. 

Possiamo passare anni a parlare e lavorare con il corpo, ma non riuscire a comunicare nulla. Perchè comunicare bisogna volerlo, ed è una alchimia che funziona solo se emittente e ricevente sono sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda e hanno lo stesso desiderio: conoscere l'altro. Spesso non vogliamo davvero conoscere, ma solo dire la nostra, preparare la nostra risposta. Quella non è comunicazione, è bisogno di trovare la nostra identità, un problema di sicurezza. La vera comunicazione è biunivoca, va e viene, e ad ogni passaggio lascia uno strato, una informazione, una emozione in più, libera energia, non occorre preoccuparsi troppo di quel che si dice. Quando i dialoghi si fanno liberi, leggeri e veloci, diventano quasi surreali, chi ascolta da fuori non comprende, ma chi è dentro si sente libero e le intuizioni diventano più importanti del detto. E' come nuotare, sciare, combattere, lottare, sperimentare.

Nella tradizione cinese e giapponese (ma credo sia un retaggio umano di base), per trasmettere le cose importanti della vita - amore, sentimenti, esperienze profonde - occorre usare un altro modo di comunicare. Un mio insegnante parla di "oral transmission", occorre una trasmissione viva e verbale, per spiegare certe cose, anche quelle legate alla pratica fisica, perchè le parole - l'intenzione dietro le parole in realtà - aprono opportunità nella mente, e il corpo allora può sganciarsi dagli schemi, trascendere e trovare una nuova via che prima non vedeva. Lo stesso maestro si preoccupa sempre di chiarire che "ogni parola si riferisce ad una tecnica concreta". Ha ragione, ci sono troppi "principi" in giro che non si incarnano mai realmente in una pratica. 

Caveat emptor.

In Giappone, questo modo unico e profondamente vero, animale - non romantico - di comunicare è quello detto "da cuore a cuore". E' una modalità ancestrale, legato al cervello rettile (non proprio ma quasi, ci sono istinti naturali legati al DNA), diventa una comunicazione che trapassa gli strati e colpisce dentro. E' legata alla comprensione della pancia, quando sappiamo subito se una cosa fa o non fa per noi, ma non è razionale. Sappiamo tutti che l'unicità della persona risiede nel suo cuore, dove la sua volontà di vita è racchiusa. Il cervello è un attrezzo, uno strumento molto raffinato, ma spesso è diventato prevalente, causa la chiusura del cuore. Se il cuore non viene ascoltato a causa della paura o della rabbia, il cervello decide lui il da farsi, e rimuove i problemi in un altro modo. Senza cuore non si può praticare. La pratica senza cuore non esiste.

Quando passiamo giornate come quella di sabato, stiamo tornando al cuore della pratica, che non si manifesta solo in forme o strutture, ma nella ricerca del movimento del principio e del principio nel movimento. Stiamo parlando di arti marziali - e qui ognuno ha le sue priorità. Ma la cosa principale, come mi ha spiegato un caro amico, è il principio educativo della pratica interna. Non dobbiamo solo cercare il combattimento, o solo il movimento, o solo l'aspetto educativo, o ancora il processo. Neijia è tutto questo insieme. Sun Lutang lo ribadiva in ogni scritto: serve a creare persone migliori. 


以心伝心
I shin den shin.
Da cuore a cuore

martedì 22 novembre 2016

Il lavoro al palo



Ho avuto molti insegnanti di Baguazhang, e ogni scuola, ogni discendenza, ogni singolo insegnante aveva le sue regole e i suoi metodi, più o meno evidenti, più o meno efficaci, più o meno... . A volte erano metodi che si integravano tra di loro (di rado), perchè provenivano dalla stessa matrice, altre volte erano invece metodi completamente diversi, divergenti, a volte presi da altri sistemi e incastrati a forza nel Baguazhang. Capita ancora oggi, più spesso di quanto non si creda.

Per la maggior parte dei casi, il Baguazhang è rimasta un'arte fatta di piroette, dove il lavoro a due è al massimo una coreografia da spettacolo. Come scriveva Jane Hallander, storica giornalista delle arti marziali cinesi negli USA, la prima parte del Baguazhang, come nel Taijiquan, era morbida e flessuosa, ma la seconda parte invece era concreta e pragmatica, dove il lavoro a due era molto importante per capire la reale applicazione.

Molti insegnanti non hanno mai conosciuto la seconda parte, ma diventavano comunque insegnanti di Baguazhang - scriveva ancora la Hallander - e hanno diffuso quel che conoscevano. Il lavoro sul manichino nel Baguazhang è uno dei temi più oscuri dell'allenamento di quest'arte, perchè si colloca nella seconda parte del metodo, nel cielo posteriore. Il maestro Adam Hsu ha descritto nei suoi libri la sua incredulità di fronte al fatto di vedere persino in Cina stessa discendenze di Baguazhang senza allenamento con i pali, dove al massimo si schivano i pali e si corre come matti. La filmografia cinese ("L'onore di Dongfangxu", ad esempio) non ha certo aiutato.

Baguazhang è uno stile solido, concreto, stabile e veloce, che ha la grande capacità di essere circolare e flessibile dove occorre, quindi in sintesi capace di usare il cerchio nella linea e la linea nel cerchio. Pensare che Baguazhang sia solo andare in cerchio seguendo una forma è piuttosto limitante. Oltretutto, se non c'è struttura nel corpo, andare in cerchio risulta inutile. Quindi il palo - anche un solo lampioncino - può diventare un grandissimo partner, se lo spirito e le indicazioni sono quelle giuste.

Voglio ringraziare Hana Pitrunova per il suo spirito battagliero e la sua fiducia. Il lavoro col palo serve a capire tutto quello che il cerchio grande non può spiegare. Il palo insegna una logica diversa e perfettamente complementare a Zuo Zhang. Buoni passi Hana!

giovedì 10 novembre 2016

Maestro Gianni Gasparini



E' scomparso ieri sera un noto insegnante di Taijiquan di Bassano del Grappa, il maestro Gianni Gasparini, a soli 64 anni. Per un improvviso malore, da cui non si è più ripreso, se n'è andato un personaggio che ha dato molto per questa arte nel Vicentino, e ha insegnato a molte persone ad amare l'arte marziale cinese. Lascia moglie e due figli.

L'avevo incontrato casualmente a pranzo qualche mese fa per la prima volta andando a conoscere il maestro Wang Zhi Xian, di cui Gianni era il punto di riferimento nel Vicentino e nel Nord. Era stato un piacevole incontro, una persona simpatica, tranquilla, che dopo tante arti marziali giapponesi aveva trovato una sua bella dimensione nel Taijiquan. Ci eravamo rivisti brevemente poche settimane fa, a casa di Matteo Gatti.

Lascia sempre stupiti e impreparati quando arriva una morte improvvisa, specie quando si è in palestra, un luogo "sacro" della pratica e della vita. Non c'è stato il tempo per accettare razionalmente la cosa, per capire, per dire qualcosa.

Ci uniamo al cordoglio degli allievi e degli amici, speriamo che là dove è ora sia più sereno.


E ora?



"E' molto comodo avere delle certezze, tenersele ben strette e lasciare che il mondo sia il prodotto del nostro modo di pensare.

Altrettanto facile è scagliarsi contro coloro che la pensano diversamente.

E' molto più difficile, e richiede perciò un grande coraggio, seguire la via dell'eroe/eroina, del guerriero e del mistico: guardare continuamente in faccia le proprie credenze, con chiarezza ed onestà, e quindi andare oltre.

Per riuscirci bisogna avere un coraggio e una compassione enormi.

Bisogna imparare a toccare e comprendere completamente, nel profondo, la propria esperienza, gentilmente e senza emettere alcun giudizio.

"Se incontri il Budda uccidilo" significa che appena vi accorgete che vi state aggrappando e attaccando a qualcosa, non importa se convenzionalmente giudicato buono o cattivo, dovete fare amicizia con il vostro attaccamento.

Osservatelo in profondità.

Comprendetelo fino in fondo, completamente.

In tal modo l'attaccamento si dissolverà da solo."

(Pema Chödrön, "Senza via di scampo", Ubaldini)

domenica 16 ottobre 2016

L'eredità di Ronnie Robinson



Ieri sera al parco ero da solo, ma mi portavo dietro la presenza di Ronnie Robinson. Per tutto l'allenamento continuavano a riemergere momenti della nostra amicizia, pensieri, ricordi. Ronnie ha fatto quello che ogni educatore dovrebbe fare: ha saputo dare opportunità ai suoi amici e allievi, parlare di possibilità, aprire potenzialità. Ha seminato in ognuno di noi i semi della crescita personale, come una bomba a orologeria. Non occorre che siano cose reali, anzi è più importante la qualità dello stimolo, dell'intenzione. Educare significa dare le ali agli altri, non allargare le proprie.

Seminare uno spirito positivo di "yes you can", dovunque tu vada, chiunque tu incontri, e quando le cose non vanno bene, va bene lo stesso, abbiamo imparato ad essere più stabili, e non solo in Zhan Zhuang. E' un grande esercizio per il proprio ego. Davvero i cinesi l'avevano vista lunga: "quando arriva il grande vento del cambiamento, c'è chi costruisce muri, e c'è chi costruisce mulini a vento". L'unico obiettivo per certi è di tenere stretti stretti a se' gli allievi, creare dipendenza, così come loro dipendono da loro, e così si creano nuove generazioni di insegnanti chiusi, timorosi, afflitti da incapacità al confronto.

Ronnie ha lavorato con passione sempre, per 21 anni ha sempre avuto un motore acceso dentro con il quale voleva che il mondo fosse coinvolto, condiviso, messo insieme. Gente di Oriente e Occidente, maestri e principianti, guerrieri e pacifisti, apocalittici e integrati, tutti si sono messi in gioco e hanno approfittato della grande piattaforma di Tai Chi Caledonia, senza rendersi conto che stavano facendo il gioco di Ronnie: rendiamo possibile l'impossibile, facciamo dialogare gli opposti, armonizziamo.

Ieri sera (e adesso vado a continuare il lavoro) ho approfondito ancora il lavoro dei Nove Palazzi, il livello che tra poco passerò ai ragazzi del terzo anno, ed ho avuto una serie di epifanie che credo derivassero da Ronnie. Almeno questa è la sensazione che ho avuto, altrimenti non posso spiegare come sia avvenuto. Se educhiamo la mente e lo spirito ad essere e restare aperto, disponibile, nonostante i venti contrari e le burrasche, arriva una ricompensa. E' una ricompensa sottile, ma solida e duratura. Si chiama crescita. 

Grazie Ronnie

sabato 8 ottobre 2016

Inclusione


Stamattina stavo praticando il palmo del Serpente, ne stavo studiando le varianti e le evoluzioni secondo il metodo del livello Youshen, e all'improvviso mi sono ritrovato a praticare la sequenza completa dell'ottavo cambio di Jiang Rongquiao. Che bellezza! Senza nessuna fatica, il mio spirito ha cominciato a muoversi secondo quella sequenza. Mi sono messo a ridere e ho riconosciuto che il mio corpo e la mia mente erano più intelligenti di me, e ricordavano qualcosa che anni e anni fa avevo imparato e avevo dimenticato. Io avevo dimenticato, ma loro no :-) loro hanno integrato la mia esperienza del passato e l'hanno allegata al presente. Un esempio tipico di inclusione, di integrazione dell'esperienza, di come il nostro modo di essere, se solo glielo permettiamo, ci aiuta continuamente a diventare migliori.


Questo è un tema che mi sta molto a cuore. Includere, accogliere, integrare è una caratteristica tipicamente "femminile". Molto "maschile" invece è il fatto di distinguere, separare. Per anni ho conosciuto maestri e insegnanti nei percorsi marziali che individuavano chiaramente le differenze tra l'uno e l'altro, tra un metodo e l'altro, tra un principio e l'altro. Ognuno aveva la Verità, e ognuno doveva correggere i dettagli in modo diverso. Quello che avevi già fatto con altri non andava mai bene. neppure se due persone avevano studiato con lo stesso insegnante.

L'inclusione comincia nella pratica. Tutto quello che facciamo concorre a costruire la nostra esperienza. Se pensiamo di poter tenere separate le qualità che sviluppiamo praticando diversi sistemi, ci stiamo raccontando una storia. L'integrazione delle esperienze è ciò che ci rende grandi e aumenta la possibilità di sopravvivenza. Se ho esperienza di lotta, questa emergerà nella mia pratica e andrà integrata. Baguazhang è uno stile di inclusione, se lo sappiamo vedere bene nella sua anima, e se non ci fermiamo troppo a guardare le differenze di ogni insegnante.

Cosa hanno in comune Jou Tsung Hwa, Wang Xiangzhai, Sun Lutang ad esempio (ma di sicuro anche molti altri)? Che tutti hanno insegnato, predicato, praticato e scritto di Inclusione. Sun è stato il primo a scriverne, parlando di Taiji, Bagua e Xingyi come di una sola famiglia. Wang Xiangzhai ha scritto su interviste e libri che se vogliamo preservare la qualità della pratica marziale dobbiamo ricercare e guardare alle cose che uniscono i diversi sistemi di combattimento, e non ciò che separa. Master Jou ha fatto della sua vita un esempio di inclusione. Lo ricordo a Winchester nel 1998 dove condivideva con tutti la sua ricchezza, accettava l'esperienza di tutti, anche quelli dal curriculum meno brillante, ed era sempre concentrato su ciò che di buono veniva da ogni esperienza.

Quando insegno Bagua, faccio sempre riferimento alle esperienze precedenti che ogni praticante ha. La cosa bella è che non c'è mai niente di sbagliato nell'esperienza di una persona, e il Bagua ha la capacità di raccogliere, riunire, integrare e includere tutto quanto il corpo di quella persona ha imparato. Non occorre denigrare o dimenticare quello che si è fatto prima, anzi! Costituisce una straordinaria ricchezza, e anche parte del carattere che una persona si è costruita negli anni. Se prendiamo la forza da tutte le parti che compongono una persona, abbiamo un risultato migliore.

Inclusione è prendere ciò che unisce e accogliere tutto, quindi guardare al lato luminoso della vita e della esperienza. Se perdiamo di vista il quadro d'insieme, rischiamo di perderci nei dettagli, e cercare le cose nei posti sbagliati. Quando andavo a insegnare Baguazhang a Pula in Croazia, i ragazzi mi dicevano che finalmente capivano il senso della loro pratica precedente nel Kempo. Per anni ho insegnato in Francia, Inghilterra, Germania, e il Baguazhang era quasi sconosciuto. Ma tutti ne ricavavano un lavoro utile per la loro pratica, che venissero dal Taijiquan, dallo Shaolin o dalla lotta.

Includere significa anche accogliere chi non ha mai fatto nulla e farli entrare nel cerchio. Ogni cerchio è giusto, qualsiasi cosa facciamo. Poi si tratta di dare gli strumenti perchè ognuno possa crescere e trovare quello che gli serve. Meno ego e più servizio. E' un concetto che sta alla base di ogni crescita spirituale. Investire in perdita, capire le lezioni, trasformare. Inclusione significa non avere paura e avere fiducia nelle persone e nella vita. Inclusione è una chiave per capire cosa c'è dentro alle cose. Presto capirete che poche cose danno origine alle Diecimila cose, che davvero il mondo è un magnifico esempio di cosa Yin e Yang riescano a produrre.

Non perdete l'opportunità :-) mai.