mercoledì 6 settembre 2017

2. Forum Europeo di Taijiquan - Hannover (DE)



Countdown ormai partito per il secondo Forum di Taijiquan di Hannover, dall'8 al 10 settembre 2017, creato dal maestro Nils Klug, allievo del maestro William C.C. Chen, e noto organizzatore del "Push Hands Treffen" che ormai da 17 anni coinvolge praticanti di Taijiquan e appassioni di stili interni da tutta Europa e oltre. Per tre giorni sarò immerso nella pratica e saranno giornate intense.

Domani sera alle 20 si decolla da Venezia per raggiungere Hannover, e venerdì mattina siamo di Qigong, a frequentare qualche corso di amici e colleghi, e poi di insegnamento per tre ore nel pomeriggio. Il tema di quest'anno è lo Yangshen, il nutrire il principio vitale, e vedrò di presentare i principi del Baguazhang Yangshengong nel modo migliore. Sono fresco di studi alchemici e di medicina tradizionale cinese: questo aiuterà ad arricchire le spiegazioni teoriche. Baguazhang è decisamente uno dei migliori modi di imparare a gestire il corpo e per sentire la qualità del cambiamento.

I miei contributi in inglese sono sul sito del Forum, ma presto li tradurrò in italiano per chi li vuole leggere. Al ritorno ci prepariamo per il primo incontro nazionale italiano Ziran Neigong Quan, un grande appuntamento di famiglia che secondo me riserverà qualche bella sorpresa.

domenica 27 agosto 2017

Sifu Paolo Chilelli in Cina





Sifu Paolo Chilelli è partito per la Cina, a Shanghai, dove resterà per un anno accanto al suo maestro e vicino a Sifu Kleber Battaglia. Non nascondo che ci mancherà in questi 12 mesi di assenza.

Paolo è il nostro presidente della sezione Baguazhang in FIWUK, e allievo diretto del maestro Zhang Dugan, discendenza Wang Zhanfei e una delle più autorevoli voci del Baguazhang in Cina oggi. Insieme a lui abbiamo passato una paio di anni pieni di iniziative, di idee, abbiamo messo insieme un gruppo eterogeneo ma affiatato di persona ehe hanno dato un movimento diverso alle arti marziali italiane. Una voce fuori dal coro ma molto attiva, vivace, e che a me personalmente ha ridato voglia di darmi da fare.

A Paolo auguro un anno splendido pieno di emozioni e di soddisfazioni.
Potrebbe essere che vada a trovarlo a Shanghai...
A presto Paolo!

Sifu Aarvo (Bill) Tucker









Ho conosciuto tanti anni fa Sifu Tucker ad uno dei primissimi Tai Chi Caledonia, anni '90, in Scozia. Aarvo è un maestro di Gonfu ma anche una persona speciale, cresciuto a Taiwan sotto la guida di Sigung Luo Dexiu ed è uno specialista di Xingyiquan, Baguazhang, Taijiquan e Qigong. Aarvo non domina solo la parte teorica del Neijia, ma anche la parte pratica, e si percepiva bene già al tempo dal modo in cui si muoveva. So che ha avuto esperienze toste in combattimento nel suo passato, e che non si tirava indietro quando era il momento, specie con il suo Xingyiquan.

Esperto della lingua e della cultura cinese, ha vissuto lunghi anni a Taiwan. Insieme a Dan Miller si è spostato per mesi in Cina nei viaggi legati alla famosa pubblicazione Pa Kua Chang Newsletter/Journal, e molto spesso ha ingaggiato nelle dimostrazione a due con famosi maestri di Baguazhang e Xingyiquan. La sua competenza è davvero notevole, e credo sia stato per me un incontro fortunato, perchè con lui ho potuto capire molte cose del Baguazhang pratico che altrimenti avrei sicuramente perso. 

Nel luglio del 1999 insegnammo insieme in Scozia, e Ronnie Robinson mise una nostra fotografia in copertina e due articoli nostri sul Baguazhang sulla rivista nazionale del Taijiquan inglese. Nell'ottobre del 2000 Aarvo è stato ospite a casa nostra per qualche giorno, insieme a mio cugino Livio abbiamo cenato alla cinese tradizionale con grande gioia di tutti noi (la lingua ufficiale a cena era il cinese....) e ha tenuto a Ferrara un seminario di Neijia, tra cui anche elementi di Dai Xinyiquan (la Scimmia che Allunga la Schiena) ed altro. Poi ci siamo rivisti in Toscana una decina di anni dopo e per una lunga giornata abbiamo condiviso la sua vacanza in un bellissimo paesino laggiù. 

Da alcuni anni Aarvo si è trasferito in Canada, dove gestisce un centro sportivo e benessere, e sono convinto che lo faccia molto bene. Insegna sempre arti marziali, e casualmente ho ritrovato un suo articolo in cui presentavamo insieme il Baguazhang nel 1999 in Scozia. Il link al suo sito e all'articolo è ancora valido, per cui se volete scaricarvi due begli articoli e qualche applicazione sul Baguazhang, potete farlo li. Spero di avere ancora occasione di incontrare Sifu Tucker, anzi Aarvo, un amico che non si dimentica.

(http://gravityandgrace.net/a-few-misconceptions-about-baguazhang/)


martedì 22 agosto 2017

Questa lunga estate





Il 6 maggio 2017 abbiamo tenuto un seminario nella bella cornice della Dream Horse Ranch di Castelfranco Emilia (Modena) in compagnia dei nostri cari Yuri Debbi e Monica Montecchi e un manipolo di compagni di avventura. Nonostante la pioggia abbiamo praticato bene, mangiato bene e in un ottimo clima. 


Il 7 maggio (la domenica successiva) ho avuto il piacere di ospitare Massimo Garavoglia a Caldogno per una intervista sulle arti marziali, che dovrebbe uscire prima o poi in un libro che Massimo sta preparando. E' stato un bell'incontro, all'insegna dello scambio e della conoscenza, come si usava fare nel passato. Il tè ovviamente ci stava perfettamente nella conversazione. Attendiamo di vedere realizzato il libro di Massimo.


Il 17 e 18 giugno 2017 ho fatto una scappata a Roma per conoscere e praticare con Sifu Kleber Battaglia, Sifu Benno Wai e Sifu Riccardo Simonetti, accompagnati dal nostro onnipresente presidente sifu Paolo Chilelli. E' stata una bella esperienza, molto ricca e interessante, le persone squisite e davvero interessante il lavoro interno sviluppato nei due giorni, ai confini tra Yiquan e Wingchung. 



A fine giugno e 1 e 2 luglio 2017 siamo andati a dare il nostro contributo ad AQUAVENICE, una manifestazione di Taijiquan e Qigong creata 32 anni fa da sifu Franco Mescola e che ancora oggi viene portata avanti con coraggio e capacità dal suo team di insegnanti e allievi. Il contesto dell'isola di Pellestrina ha fatto una parte, ma la cordialità e lo spirito sincero di ricerca e di serietà dei ragazzi di Franco mi hanno fatto un enorme piacere. Lavorato su due principi di Baguazhang, camminata e Chansigong. Un grazie per la bella accoglienza.


Luglio 2017: quest'anno che ero in locandina non sono andato! Purtroppo Tai Chi Caledonia non ha potuto contare sulla mia presenza, ma sono stato degnamente rappresentato dai colleghi della Fiwuk e da un paio di miei colleghi e allievi. L'appuntamento è solo rinviato, perchè nel 2018 sono già nella lista dei docenti, e se qualcuno vorrà unirsi al gruppo farà una splendida esperienza che consiglio a tutti! 


Ad agosto 2017, in una delle pause estive nel mio ritiro sull'altopiano di Asiago, ho avuto il piacere di esaudire una richiesta di un'amica, Sonia Mosele, e con lei abbiamo costituito un gruppo di praticanti di Taiji Qigong, che dal 2 di agosto si allena ogni mattina sulla base dei miei insegnamenti. Per me è stato bellissimo vedere che le persone ne uscivano ricaricate dopo un'ora di pratica al mattino, non sentivano più alcun tipo di dolore o di stanchezza, e partivano pimpanti per la giornata. Una grande esperienza, conclusasi giustamente a tavola per la gioia di tutti!



Infine l'appuntamento di settembre! Dall'8 al 10 settembre sarò nel corpo insegnanti del Secondo Taiji Forum di Hannover (Germania), quest'anno sul tema Yangshen, nutrire il principio vitale. Ovviamente lo farò partendo dal Baguazhang e focalizzando su tre temi specifici, che presento anche nel forum (https://taiji-forum.com/other-chinese-internal-arts/baguazhang/) Sarà un piacere rivedere vecchi amici e tornare a viaggiare per condividere la conoscenza. 


domenica 11 giugno 2017

Primo livello Baguazhang!







Il comunicato di oggi domenica 11 giugno 2017 su FB suona così:

Ieri mattina ore 13.00 esami di primo livello Istruttori Baguazhang stile Sun Lutang. 
Dopo un anno di lavoro Fabrizio Contini e Massimo Segat hanno conseguito il loro titolo con merito. 
Voglio ringraziare i ragazzi - e gli altri due partecipanti alla giornata di ieri - per l'impegno, la costanza, e soprattutto per l'atteggiamento con cui hanno lavorato. 
Nella nostra discendenza quello che si fa (aspetto quantitativo) e come lo si fa (aspetto qualitativo) hanno uguale valore. 
C'è un ulteriore aspetto: la disponibilità a mettersi in gioco e a cambiare. 
Abitudini, movimenti, convinzioni, posture, allineamenti: tutto deve essere smontato per poi ricostruire. 
E' un processo che impegna soprattutto la buona volontà delle persone, indipendentemente dal loro livello tecnico. 
Fabrizio e Massimo sono stati straordinari perchè non hanno solo accettato il processo, ma ne sono diventati parte attiva. 
I miei complimenti a tutti. 
A settembre.

Come un altro nostro amico mi ha fatto notare, mi posso considerare molto fortunato ad avere incontrato persone come Massimo, Matteo, Fabrizio, Sergio e tutti gli altri, che in questi anni stanno lavorando bene, in piena consapevolezza del movimento. Con loro possiamo contare su una rete di persone aperte, mature, non egotiche. Sono felice di portare altri "fratelli di pratica" in famiglia che possano dialogare con Yuri e Monica di Modena, ormai arrivati tra sei mesi al loro traguardo finale di insegnati di Baguazhang.  
Ci sono alcuni altri fratelli "dormienti" in giro per l'Italia, ma sono sicuro che prima o poi anche loro si risveglieranno e li rivedremo di nuovo tra di noi.
Un pensiero va a tutti i ragazzi che hanno lavorato con noi nel passato, e che ci mancano un po' ma che siamo stati felici di incontrare, come Suzi, Luca, Albertino, Alberto, Hana...
Un abbraccio alla famiglia Ziran.

giovedì 23 marzo 2017

Essere parte della soluzione



Quando hai davanti un problema, o qualcosa che non hai previsto e che ti separa dal raggiungere ciò che vuoi o che devi, hai due possibilità: vedere tutte le difficoltà che questo comporta e focalizzare tutte le tue energie nel contemplare l'impossibilità della realizzazione. In automatico la mente comincerà a proporti mille e una spiegazioni razionali per giustificare l'impossibilità del raggiungere la meta. E quando sarai in grado di spiegare bene agli altri quante e quali erano le difficoltà, avrai raggiunto il tuo scopo: sei scusato.

La seconda possibilità è di guardare attentamente la situazione, rivedere l'obiettivo dove è collocato, e cominciare a usare tutte le risorse del cervello e dell'intuizione (intelligenza universale) per trovare un'altra strada e arrivarci. Automaticamente (anche qui) la mente comincerà ad arrabattarsi e a contorcersi per partorire una nuova soluzione, cercherà negli angoli più nascosti, nei ricordi ancestrali, negli angoli bui della memoria (dove per esempio avevamo vissuto situazioni difficili) e farà saltar fuori la soluzione. Basta esserne certi, ed avverrà. Lo scopo sarà raggiunto: ce l'hai fatta.

Questo si chiama "far parte della soluzione": se facciamo parte del problema, come nel primo caso, non saremo mai in grado di risolvere il problema, perchè la mente sta guardando dappertutto... ma all'indirizzo sbagliato. Abbiamo creato noi stessi le premesse (il posto sbagliato, cioè: cosa non va?) per il nostro insuccesso. "Far parte del problema" è uno degli atteggiamenti più facili, in voga non solo da oggi. Se fai parte del problema, e ci sono persone che invece risolvono, la mente cosa farà? Andrà di volata a cercare come scusare se stesso per non avercela fatta, e spesso questo passa per lo screditare l'altro, che ci sta riuscendo. Fare piccoli gli altri è indice di grande paura.

Nel mondo marziale ci sono quotidiani esempi di chi fa parte del problema. Essere parte della soluzione richiede tre ingredienti che tutti abbiamo dentro di noi, ma che costa fatica tirare fuori: la responsabilità, il coraggio e la determinazione. In questi ultimi trent'anni anni ho attratto verso di me e mi sono fatto attrarre quasi sempre da persone che avevano queste tre caratteristiche: persone spesso difficili, complesse, dai caratteri forti e decisi, che però avevano l'onestà di fondo di ricercare se stessi e la comprensione delle cose come erano, e non come sembrano essere. Gli esempi di sprecano, Ronnie Robinson  è quello che mi balza alla memoria ancora oggi, per la sua lungimiranza, il suo disinteresse per le cose pratiche e per la grandezza delle visioni che ha avuto. Occorre autentica generosità d'animo per andare con coraggio nella direzione delle proprie visioni.

Quindi coltiviamo responsabilità verso noi stessi prima di tutto, di non prenderci in giro con insegnamenti superficiali, che non aiutano nella crescita nostra e delle persone che imparano da noi. Coraggio di andare lungo la strada in salita, e non sempre in quelle in discesa, prendendo schiaffoni, sbagliando obiettivi, leccarsi le ferite e ricominciare ogni volta che serve. Determinazione per non mollare mai, visto che tanto prima o poi dovremo lasciare le armi, e quindi meglio fare tutto quello che possiamo e vogliamo quando ne abbiamo i mezzi. Ne vale la pena? E' una decisione personale. Io non riuscirei a insegnare diversamente, e ne accetto le conseguenze :-)

Essere parte della soluzione è una meravigliosa attitudine che aiuta noi e gli altri a vivere meglio. Un sorriso, disponibilità, saper accettare che la gente e le cose vanno e vengono, tutto cambia costantemente, quindi niente di meglio che inserire nel navigatore della nostra coscienza la nuova rotta, scegliere cosa ci fa battere il cuore e andare avanti nella nostra strada. Sicuramente cammin facendo incontreremo altri compagni di vita, e con loro faremo altre cose, e scopriremo che se ci fossimo fermati prima, avremmo perso molto. E, davvero, qui l'età anagrafica non c'entra, c'entra solo la "tigna", la resilienza, la determinazione, chiamatela come volete.

E come si fa ad avere "tigna"? Impariamo a fermarci e a vedere noi stessi dove siamo. Fermi immobili, senza giudizio, senza scappare. Non si chiama meditazione, qigong, o altro. Stiamo col presente. Così diventiamo parte della soluzione. E la nostra pratica diventerà una meraviglia, ogni giorno. 

domenica 5 marzo 2017

Matteo Gatti e il Taijiquan




Dal blog Fashiontimes, ripubblico

Taiji: l’arte che muove il corpo e scioglie i pensieri
Di Serena Maj - 8 gennaio 2017

Dialogo con Matteo Gatti, appassionato maestro di Taijiquan (o anche Tai chi chuan) a proposito di trasformazioni, movimenti, pensieri e vita.

Cosa succederà nei prossimi 12 mesi non lo sappiamo. Per certo fra 365 giorni saremo diversi da oggi, per certo alcuni cambiamenti li avremo cercati e voluti e altri li avremo un po’ subiti, chiedendoci se non ci fosse altra strada. C’è un modo per allenarsi alla trasformazione?

Quando ho visto per la prima volta fare Taiji in un parco della Chinatown di New York parecchi anni fa ho pensato che quel gruppo di persone che sembravano danzare al ritmo morbido al quale il sole si spostava davano l’impressione di mettere in scena, con i loro movimenti, il passare continuo di ogni cosa da uno stato all’altro, e che fossero capaci di guidare questo cambiamento pur lasciandolo semplicemente fluire. Era un’impressione superficiale ma bellissima, ci sono voluti anni ma alla fine una persona capace di dare un senso diverso a quella sensazione l’ho trovata, le ho fatto un po’ di domande e le risposte sono qui e sono il mio augurio per un 2017 pieno di novità da accogliere e portare nella nostra vita con gentilezza, mentre andiamo avanti a passo costante.

Come definiresti il taiji?
“Arte marziale, meditazione in movimento, metodo espressivo, educazione all’ascolto di sé, pratica autocurativa… Definire il taiji è un’impresa che mi è sempre sembrata impossibile: le sfaccettature della pratica e la molteplicità degli approcci degli insegnanti e dei praticanti sono innumerevoli. Se attingiamo dall’aspetto filosofico, il termine taiji è riferito al processo vitale della trasformazione: per questo è spesso associato ad una pratica di crescita evolutiva, che pone in relazione la natura umana con il contesto dell’esistenza. Inoltre, benché si tratti di un’arte relativamente giovane rispetto ad altre pratiche cinesi si tratta di una disciplina in continua evoluzione: basti pensare ai principali stili che si sono succeduti nella storia, dal chen, allo yang, al wu fino al piccolo wu, in un processo di approfondimento e distillazione non solo del gesto, ma anche della profonda teoria che ne sta alla base. Tenterei di rispondere “di sponda” alla domanda, raccontandoti del taiji che pratico io e che conosco di più, chiarendo prima di tutto la distinzione tra taiji “moderno” (o sportivo) e “tradizionale”. Questa distinzione non ha tanto a che vedere con la cronologia, quanto con la modalità di trasmissione: il taiji tradizionale è fondato sul “lignaggio”, ossia sull’insegnamento di principi fondamentali di generazione in generazione (pur nella relativa evoluzione delle tecniche); gli approcci più moderni spesso smarriscono questa radice concentrandosi maggiormente sull’aspetto esteriore, sulla forma, molte volte privata della “sostanza”. Con il tempo ho imparato inoltre che nel corretto apprendimento è essenziale la comprensione filosofica dei principi, con la difficoltà aggiuntiva che il taiji richiede un’assimilazione che non si fermi alla mente, ma che anzi parta da una comprensione con il corpo. Solo così si può creare un dinamico dialogo, una risonanza nello spazio tra corpo-gesto e mente; la pratica del taiji dovrebbe infatti svolgersi principalmente in prossimità di questa soglia, di questo campo energetico tra polarità”.

Ci sono quindi diverse modalità di praticare il taiji. Quale stile pratichi?
“Il mio maestro, Wang Zhi Xiang, pratica lo stile Yang e lo stile Wu, ma basa il suo insegnamento soprattutto sul “taiji dell’acqua” fondato da Wang Zhuang Hong attingendo alle fonti dei “Classici del taiji”. L’intelaiatura di questo stile è basata sullo stile Yang, ma incorpora un movimento più tridimensionale composto da spirali. Il cuore della pratica sta nello sfruttare in maniera consapevole “la forza di attrazione che proviene dal centro della Terra (cioè la gravità)”. I movimenti energetici si ispirano alla natura profonda dell’acqua, cioè alla sua capacità ricettiva e dinamica allo stesso tempo”.

Un po’ di storia. Come è nato e come è arrivato in Europa.
“Il problema della storia delle arti marziali cinesi in generale è la scarsità delle fonti scritte, ne consegue la difficoltà della datazione; anche il taiji non sfugge a questo fatto e spesso si ricorre a delle figure semi-leggendarie per datarne l’origine…Lo stile più diffuso, lo Yang, è comunque piuttosto “giovane” e ha circa duecento anni, visto che i primi documenti scritti sono datati XIX secolo. Si diffonde in Occidente a partire dagli USA a causa della forte presenza delle comunità cinesi negli anni ‘60, arriva in Europa a fine anni ‘70, prima ad opera di insegnanti di Hong Kong o di Taiwan e solo successivamente della Repubblica Popolare Cinese…in Italia arriverà solo negli ’80 inizialmente con le forme più sportive. L’insegnamento del tradizionale comincerà in modo più esteso negli anni ’90: anche se tuttora resta in Italia la forma di taiji meno diffusa, sta lentamente aumentando la sua base di praticanti”.

Come hai scoperto il taiji? Perché ti ha affascinato?
“Sono stato da sempre attratto dalle discipline orientali, ho cominciato da adolescente con le arti marziali giapponesi. Con il tempo la curiosità (e l’entusiasmo!) giovanili si sono trasformati in una ricerca sempre più profonda e coinvolgente…quando ho incontrato il taiji praticavo diverse discipline a contatto e agonistiche, quindi il primo impatto alla lezione di prova è stato un po’ tiepido…un’arte dai movimenti lenti che mi sembravano molto lontani dalla realtà del combattimento…un compagno di pratica di cui ho stima mi ha incoraggiato a non desistere, e così ho iniziato a frequentare la palestra più assiduamente. L’inizio è stato duro, rallentare il movimento rimette in discussione tutte le catene cinetiche, gli schematismi che il corpo ha assimilato e memorizzato…una riprogrammazione che può essere anche ardua e dolorosa, visto che tutti tendiamo inconsciamente a creare negli anni strutture su cui ci “puntelliamo”. Insomma, all’apice della mia forma fisica mi trovavo a non riuscire a reggere a lungo una posizione, a sciogliere un gesto, a rendere tranquilla l’attenzione… Ho capito con il senno di poi la ragione dell’apparente lentezza del movimento: per educare ad una trasformazione sottile. Se la pratica dei principi è lenta è più assimilabile, se è graduale diventa alchemica e può, sotto l’occhio di un maestro attento e paziente, operare una profonda trasformazione nel praticante. Praticando in lentezza la percezione può ampliarsi, quasi scollarsi dall’urgenza del fare, e diventare più sottile e penetrante. Insomma il taiji è più un’arte della mente (è singolare che il termine cinese xin indichi allo stesso tempo la “mente”, i processi psichici, e il “cuore”, i processi emotivi). La sfida (e il grosso del lavoro) è non solo quella di armonizzare l’incessante dialogo mente-corpo in una costante eco trasformativa, ma anche di integrare le differenti qualità mentali in gioco (volontà, immaginazione, sensazione), in modo da “pulire” il gesto e “lasciare che accada” senza interferenze. Si potrebbe dire che ogni gesto nasca dal vuoto e al vuoto torni, come incessanti onde sulla superficie del mare; sullo sfondo la mente tranquilla osserva, smette egoisticamente di controllare”.

Agli occhi di noi profani, il taiji sembra una coreografia, sembra disegnare una sequenza, quasi un linguaggio. L’impressione è giusta? Ogni gesto ha un senso? Esistono sequenze?
“Il bagaglio tecnico del taiji è davvero ampio; generalmente l’immaginario comune associa il taiji all’esecuzione delle forme, ossia a delle sequenze più o meno lunghe di movimenti prestabiliti, insomma alla pratica “codificata” a solo. In realtà la forma è la punta dell’iceberg: vista la sua complessità, i gesti vanno prima “puliti” e focalizzati con le sequenze degli esercizi fondamentali, resi profondi e sensibili con la pratica a coppie (tui shou), fluidi e concatenati con la pratica del combattimento libero (san shou), energetici e sottili con lo studio dei movimenti “interni” (nei gong, qi gong e meditazione). Come analogia per la pratica mi viene in mente quella della musica: il primo step è quello di accordare lo strumento (la mente-corpo), successivamente impratichirsi negli accordi, poi cercare di eseguire brani composti da altri autori, provare temi a quattro mani; solo alla fine di questi passaggi si può creare una propria composizione “libera”…Va inoltre notato che dall’esterno la forma può mostrare sensibili differenze da praticante a praticante, visto che il focus è soprattutto sulla sensibilità interna del corpo al movimento-cambiamento che non alla riproduzione di “figure-forme” che tendono a una coreografia. Altre arti marziali ad esempio prediligono questa seconda tipologia di pratica con la conseguenza di ottenere delle “intelaiature” praticamente immutabili a scapito della adattabilità e della fluidità del movimento. In questa differenza sta la chiave della comprensione profonda del gesto: tanto più se ne assorbe il “significato” (che spazia da quello energetico a quello marziale-applicativo), tanto più la pratica sarà svincolata dagli assilli della forma; ma anche qui si parla di un processo molto lento e sottile… Ti dicevo di come il taiji tradizionale sposti il focus dallo studio della forma fine a se stessa allo studio dei principi che regolano il movimento; la pratica dei principi come “navigatore” ed elemento di sintesi permette infatti di orientarsi in un percorso che altrimenti diventerebbe sterile e superficiale: la difficoltà sta insomma nel passare dalla consueta mentalità “accumulativa” (più forme, più ripetizioni, ecc.) ad una più sottile basata sulla qualità del gesto e sulla sua percezione profonda”.

Dove si pratica? Come si impara?
“Mi piace scherzare con i miei studenti dicendo che per praticare è necessario lo spazio di una mattonella… Dopo un certo apprendistato il taiji può essere veramente praticato ovunque e in qualsiasi intervallo di tempo. La figura del maestro in questo processo di maturazione è fondamentale, anche se un buon insegnante sa che la sua funzione dovrebbe essere quella di “attivare” la capacità insita in ognuno di noi – ma quasi sempre sopita – di essere nell’esperienza, di renderla viva, e di lasciare che ci trasformi profondamente. Insomma il pilastro della pratica dovrebbe restare la disponibilità a praticare anche da soli con seria giocosità, come succede in ogni gioco “da bambini”: equivale a dire con engagement totale ma tranquillo, senza tensioni…capita quasi sempre che anche le volte che ci si accinge alla pratica senza questo stato d’animo siano sufficienti pochi minuti per riattivarlo. Questo secondo me è il dono più grande che può fare il taiji a un sincero praticante: rieducare all’ascolto profondo del corpo, vivificare ogni gesto rendendolo consapevole ma non controllato, tendere insomma a quello stato che in Cina si definisce semplicemente zi ran, “naturale”, ossia lo stato del wu wei (non agire volontariamente, non controllare). Ovviamente come in tutte le attività artistiche è necessario un lavoro di distillazione per prove ed errori, in cui la pazienza – l’attesa libera dalle aspettative – diventa un cardine. Questa disponibilità spesso va rieducata visto che agiamo in una cultura basata su logiche economiche e del tutto e subito”.

A chi lo consiglieresti?
“Il taiji sta ultimamente avendo un boom in Occidente (Italia compresa) come ginnastica “dolce” adatta ad ogni età, che indubbiamente è uno degli aspetti della disciplina… È consigliato sempre più diffusamente anche dalla medicina occidentale visti i suoi indubbi benefici e la quasi totale assenza di controindicazioni. Basti però ricordare che nei tornei a contatto pieno in Cina i praticanti di taiji tradizionale sono molto temuti… L’estrema ricchezza di una “forma non ingabbiata in forme” ha secondo me infiniti campi di applicazione…Ho avuto il piacere di praticare con persone provenienti dalle più disparate esperienze: dallo sport, ad altre arti marziali, alla danza, allo yoga, alla musica, all’arrampicata… così come con persone senza nessun background. Insomma lo consiglierei ad ogni persona curiosa, dalla mentalità sufficientemente aperta e desiderosa di mettere in discussione le proprie abitudini”.

Matteo Gatti

(per informazioni mailto: miaomat@gmail.com)

giovedì 23 febbraio 2017

Acquavenice 2017



Quest'anno a inizio luglio interverrò ad una manifestazione che compie i suoi 32 anni dalla nascita, ad opera di una persona che ha fatto la storia del Taijiquan e del Qigong in Veneto, il caro amico Franco Mescola, scomparso poco tempo fa. Acquavenice è una bellissima realtà, creata in un contesto speciale come Venezia, dove Franco ha fatto convergere nel tempo vari insegnanti da tutta Europa, creando un nuovo polo per lo sviluppo di queste arti. La "zente" di Franco sta portando avanti la sua creatura con grande impegno, e per me partecipare è un grande piacere ed un modo di onorare la sua memoria.

Quest'anno l'evento si terrà a Pellestrina, la striscia di terra che separa la laguna veneziana dall'Adriatico, dal 29 giugno al 2 luglio 2017. Vi saranno altri insegnanti internazionali e saranno giornate piene e intense, dove davvero si crea l'atmosfera giusta per comunicare, lavorare sodo e divertirsi: gente che "ha da dare" si incontra con gente che "ha voglia di imparare". Così me la descrisse Ronnie Robinson pochi anni fa, e così amo pensare ad un laboratorio dove praticare e crescere.

Come dicevo a Gillian, per me Venezia è una città e un modo di vivere speciale. Ci ho studiato, ci ho abitato, mi sono laureato, ci torno a bacari, ci porto gli amici, ci guido le persone che vengono a trovarmi, ogni volta che atterro a Tessera me la godo con gli occhi. Venezia è una mia seconda patria. Viaggiando molto per il mondo, in qualche modo ho sviluppato delle radici ancora più profonde nella laguna veneziana, mantengo il contatto sempre forte per non perdere l'identità. Conosco bene la sua storia, la sua geografia umana e sociale, la sua cultura semplice e schiva, le sue specialità strane, certi sentimenti lagunari unici di questo posto, che stanno a metà strada tra la nostalgia e il "caligo".

Io stesso sono figlio della Veneticità (pur essendo vicentino), e spesso racconto scorci della storia di Venezia ai miei clienti o allievi in giro per il mondo, per far capire quale geniale spirito abbia ispirato per mille anni una Republica unica e irripetibile nel suo genere. Acquavenice per me è un modo di risentire tutto questo, e mi riempie di gioia andare a raccontare le mie quattro cose a persone cui sono vicino culturalmente.

Lavoreremo sul Baguazhang avvicinandolo dal suo punto principale, il cerchio e i passi. Tutto è scritto lì dentro, quindi andremo in profondità su come radicarci in movimento, e poi andremo a sperimentare il lavoro del Bozzolo di Seta del Baguazhang, ovvero come usare il corpo come una unica entità in maniera armonica, intensa e completa. Dal mio curriculum si evince che ho fatto molte esperienza non proprio "mistiche", e che tendo ad ricercare la mia conferma nella applicabilità e nell'efficacia concreta dei movimenti che propongo. Questa è anche la garanzia per chi studia con me, che alla fine non avrà solo teoria, ma sana pratica e solidi principi utilizzabili.

In attesa dell'arrivo del caldo fine giugno 2017...

AQUAVENICE 2017
29-30 Giugno - 1-2 Luglio 2017
32° Seminario Internazionale di Tai Chi e Chi Kung
Villaggio Ca' Roman - Isola di Pellestrina - Venezia

domenica 19 febbraio 2017

In punta di piedi



Se c'è una attitudine che ho sempre apprezzato nei miei insegnanti (quelli storici, con cui ho stretto un legame importante), era l'eleganza, l'umiltà e la leggerezza. Jou Tsung Hwa, Stefano Bellomi, Wang Qiang sono solo alcuni, ma erano tutte persone così, trasparenti, dirette, direi naturalmente eleganti. Non tutti possedevano tutte le qualità insieme, ma nel fondo ognuno aveva una visione e una serie di valori condivisibile e condivisa. C'era determinazione e coraggio, ma anche rispetto per gli altri, spazio per la crescita e un desiderio - non sempre chiaramente espresso - di vederti comunque volare con le tue ali, sviluppare le tue potenzialità.

Stefano Bellomi, la persona con cui sono cresciuto dai 15 ai 26 anni, sia dentro che fuori la palestra, aveva una straordinaria intelligenza istintiva, capiva cose che io razionalmente capivo solo dopo anni. La sua guida è stata una specie di proiezione, di lancio, la cui spinta propulsiva dura ancora oggi in me e nella mia motivazione. Una parte di lui vive ancora in tutto quello che faccio. Stefano come me non amava la "sportivizzazione" delle arti marziali, e nonostante i poderosi scambi di calci e pugni che ci scambiavamo quotidianamente (come credo tutti più o meno facessimo negli anni '70 e '80 dello scorso secolo), avevamo un codice di rispetto anche nei confronti dei nuovi e dei vecchi della scuola. C'era un rispetto intrinseco delle cose, delle persone, dei miti, che venivano rispettati e presi a modello. Certe sensazioni sono rimaste dentro per sempre, le porto con me.

"Gli insegnanti servono a semplificare il percorso agli allievi", diceva uno dei miei insegnanti, servono a indicarti le buche o i rovi da evitare e le deviazioni da non prendere, dove avresti perso tempo. Non sempre si poteva evitare, ma almeno i ragazzi erano avvisati, e mantenevano per gli insegnanti un senso di gratitudine. Stefano aveva un sistema "giroscopico" interno di buon senso: nonostante tutto non lo perdeva mai, anche quando aveva molte palestre e contemporaneamente studiava e massaggiava e ne faceva mille insieme. Quando vide i primi combattimenti di Sanda, scosse la testa, perchè capiva che stavamo andando in una nuova direzione, che era già lontana da quella tradizionale, dei suoi insegnanti, della sua storia personale. Ma tant'è, la storia ci insegna che non possiamo fermare il mondo, al massimo possiamo decidere se salirci in groppa o lasciarlo andare.

Oggi sento tanto la mancanza di Stefano e della sua eleganza. Wang Qiang aveva una visione ampia, perché aveva praticato Baguazhang e stili esterni, prima di cominciare Dachenquan con Wang Xuanjie, e nella sua posizione di ricercatore dell'università aveva buoni contatti. Anche  lui era elegante: una mattina, scendendo per l'allenamento, guardando il mio abito mi chiese: l'ha fatto tua madre? Risposi di sì, era vero, e lui tutto contento: come in Cina!!! Lui in cambio vestiva in camicia, pantaloni con la riga e mocassini, pura foggia occidentale, in un mutuo scambio di posizioni di rispetto nelle rispettive culture.

Master Jou era una persona decisamente vitale e felice, quando era in compagnia, e aveva  il dono di far sorridere sempre. Per lui l'arte marziale era stata una benedizione di tarda età e l'aveva proiettato in nuove dimensioni della conoscenza e della sua astrazione matematica. Non conosceva stanchezza e non poneva limiti. Aveva solo le idee molto chiare e ribadiva la sua visione, con ottimi argomenti. Sempre in punta di penna, sempre con l'evidenza delle prove.

Mi mancano, i tempi dell'eleganza. Mi piace l'idea - sempre e comunque - di passare in punta di piedi, e in un mondo che urla le sue idee strampalate, stimo chi comunque mantiene la sua eleganza e lo fa, per suo conto, coscienziosamente, liberamente, e prosegue il suo cammino senza fare rumore. Chi regala felicità e sa dare la sua amicizia in genere possiede questa attitudine. Se mai dovessi insegnare queste ultime lezioni di Baguazhang, una sicuramente sarebbe dedicata a come vivere il Baguazhang con profondità, con intensità e, certo, con eleganza.

Roma



Salta il raduno nazionale Fiwuk organizzato a Roma per il prossimo fine settimana (25 e 26 febbraio 2017), e così niente di meglio che confermare comunque la nostra voglia di fare e la nostra reattività. Infatti sabato e domenica saremo comunque a Roma per un incontro interno del Baguazhang Group e studieremo per bene tutti insieme la forma di spada, e avremo modo di scambiare idee, parlare, discutere, pianificare il nostro futuro. E' sempre una bella occasione quando ci si riesce a trovare tutti.

Nel frattempo la nostra attività interna del gruppo Ziran prosegue tra varie defezioni momentanee, dovute chiaramente anche agli imprevisti e ai piccoli intoppi quotidiani. Il primo anno sta delineandosi nella pratica e cominciano ad emergere le necessità del gruppo, e per questo abbiamo dedicato una lezione intera sul cerchio, passi, cambi singolo e doppio, otto palmi e doppio cerchio. La cosa bella è sempre la qualità della pratica, il contributo che ognuno porta negli incontri, e le quattro ore che volano via senza che ci sia neanche il tempo di fermarsi e di parlare: tecnica, teoria, applicazione, lavoro, esercizio, principi, discussione, tutto si svolge insieme come in un laboratorio, una fucina, dove si cava il meglio da ognuno per rendere il tutto ancora più bello.

Sto dandomi da fare per mettere nero su bianco (ma anche in tanti video, che man mano stanno facendo crescere la collezione a disposizione di chi ne ha bisogno a livello interno) le tante cose che servono per comporre il puzzle del Baguazhang. Mi domando sempre come si fa a praticare il Baguazhang nelle forme, ma si vede che sono molto più bravi di noi, che stiamo sempre a riattaccare dal cerchio e dai passi :-)

Finalmente anche passato il punto critico del Rushou - Tuishou col terzo anno, quindi da adesso in poi non ci sono più scuse, un bel video di 15 minuti sul Rushou dovrebbe fugare tutti i dubbi e so che a Modena stanno dandosi da fare per inserire questo metodo di allenamento in modo sistematico, che insieme al resto del lavoro dovrebbe cominciare a breve a creare nuove braccia. Presto andremo a trovare Massimo a Oderzo per dargli una mano a partire con i corsi di Baguazhang e a diffondere il metodo.

La primavera sta pian piano apparendo, la stiamo tutti aspettando.
Buona pratica